„La festa della donna”,

così viene comunemente denominata in Italia la giornata dell’8 marzo, e cioè la Giornata internazionale dei diritti della donna, associandola con quella che in realtà è stata denominata Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita il 17 dicembre 1999, e che cade ogni anno il 25 novembre

Molta confusione si è creata negli anni intorno a questa ricorrenza, spesso associando la memoria storica di reali avvenimenti di due secoli fa ad eventi legati al movimento femminista degli anni settanta del secolo scorso, e ancora con riconoscimenti dei diritti fondamentali delle donne. Tra l’altro, non bisogna dimenticare a questo proposito che il diritto di suffragio femminile è stato sancito dalla Costituzione italiana in tempi in fondo relativamente recenti: il diritto di voto delle donne è stato esercitato per la prima volta in Italia nelle elezioni del 2 giugno 1946, quando tutti gli italiani votarono contemporaneamente per l’Assemblea costituente e per un referendum che chiedeva al popolo di scegliere per l’Italia la Monarchia o la Repubblica. La versione successivamente rinnovata dell’articolo 51 della Costituzione riconosce le pari opportunità nelle liste elettorali e nell’accesso agli uffici pubblici. 

Ma le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne non valgono purtroppo ad annullare gli atti di violenza che ancora oggi, e forse oggi più che in passato, vengono perpetrati nei loro confronti nella sfera privata. Le notizie che si hanno, forse oggi più numerose di un tempo grazie alla cultura femminile diffusa, sono profondamente offensive del senso civile. 

D’altro canto, la forte tempra femminile ha dimostrato sempre di conoscere i mezzi di difesa e di reazione alle ingiustizie e ai soprusi. Sempre più di frequente alle donne vengono assegnati incarichi di rilievo in tutte le sfere della vita pubblica. La recente polemica sulla scarsa presenza femminile nel governo Draghi è la dimostrazione delle capacità di reazione immediata al mancato rispetto delle pari opportunità. Ma la domanda che da tempo ci si pone a questo proposito, a cui personalmente mi associo, è se una donna, anche se ha capacità rilevanti, deve necessariamente, per il solo fatto di appartenere al genere femminile, ricevere un incarico per il quale un’altra figura, in questo caso maschile, potrebbe essere più competente. Il quesito resta aperto, ma non è difficile capire che il solo fatto di porlo va contro il concetto stesso di parità dei due generi, quello femminile e quello maschile.

Un piccolo episodio accaduto ormai diversi decenni fa, nel mitico 1968, quando le femministe italiane cominciavano a riunirsi apertamente rifiutando la presenza maschile alle loro riunioni. Durante uno di questi incontri, si affaccia un ragazzo, apre la porta e chiede: “Che cosa fate qui tutte sole?”. Tralascio di riferire le risposte piovute addosso al malcapitato, imprudente e impudente.

Infine, mi piace ricordare che nel 1946 è nato il simbolo della mimosa per questo giorno di commemorazione, su proposta di alcune signore dell’UDI, l’Unione donne italiane. Aldilà delle note tristi, di quelle di profondo rispetto e di quelle più leggere, mi permetto di esprimere tutta la solidarietà a tutte le persone che condividono i valori civili del profondo rispetto reciproco e della tolleranza. E offro un rametto di mimosa alle signore che leggono questa modesta nota, senza dare l’assalto ai poveri alberi di mimosa che non è giusto che ne facciano le spese.

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