#operazioneverità – MES, Coronabond, Eurobond: di cosa stiamo parlando?

In queste settimane le misure finanziarie per sostenere la ripresa economica dei Paesi europei colpiti dal diffondersi del Coronavirus sono al centro dell’attenzione. Come circolo, abbiamo spesso avuto l’impressione che non si sapesse bene di cosa si stesse parlando. Abbiamo chiesto ad Angela Schirò, deputato PD della ripartizione Europa, e all’economista Pierluigi Ciocca di aiutarci a capire e ci siamo incontrati il 7 aprile in videoconferenza. La qualità del video è troppo bassa per poter essere pubblicata, per questo ringraziamo il dott. Ciocca per aver messo a disposizione la traccia del suo intervento, che qui pubblichiamo. Un grazie sentito anche a tutti coloro che ci hanno seguito e sono intervenuti durante l’incontro.

Ein Überblick auf den Inhalten diesr Veranstaltung ist hier auf Deutsch verfügbar: /// Una versione in tedesco, che racconta anche tutto l’incontro, è stata preparata dal nostro iscritto Aldo Venturelli e la potete trovare qui: Versione Tedesca

Dopo aver provato a capire i termini del dibattito, vogliamo parlarne con i compagni tedeschi della SPD. Per questo invitiamo tutti a partecipare al secondo incontro della nostra #operazionechiarezza:

Mercoledì 22 Aprile

– orario da confermare –

su piattaforma webex

Gli interessati sono pregati di scrivere a: pdkarlsruhe@gmail.com

Pierluigi Ciocca

L’economia europea nella pandemia

Appunti per la videoconferenza del 7 Aprile 2020 con il Circolo PD Karlsruhe

          Al di là delle vittime a migliaia e dello sconvolgimento della vita sociale, nell’attesa di terapie e vaccini la situazione economica è gravissima, peggiore e diversa da quella del 2008-2009.

          E’ peggiore. Nel 2009 il Pil dell’Euroarea cadde del 4,5%, in Germania e in Italia del 5,5%. Quest’anno potrebbe subire una flessione più che doppia se l’Europa non dovesse agire in modo massiccio, rapido e coordinato.

          E’diversa. Allora si trattò di un cedimento complessivo della domanda e della instabilità finanziaria di alcuni Stati, fino al caso greco. Per meglio contrastare la recessione sarebbe bastato sostenere in maggior misura la domanda globale e i paesi più deboli. Oggi lo shock sanitario, oltre a colpire tutti, abbatte non solo la domanda ma anche la produzione. La produzione è frenata da pessimismo, blocchi di lavoro, carenze di inputs, fermo di trasporti e distribuzione. L’incertezza impedisce a famiglie e imprese di valutare probabilisticamente se ciò che accade è temporaneo o permanente. I prezzi relativi non svolgono la usuale funzione segnaletica, orientando le risorse là dove salgono.

          Se l’offerta cadrà più della domanda, ovvero si riprenderà più lentamente della domanda, vi sarà eccesso della spesa sulla capacità produttiva e quindi inflazione: stagflation, il peggiore dei mondi.

          Devono certamente attuarsi una politica di bilancio e una politica monetaria espansive. Ma esse vanno dosate e graduate nel tempo tenendo conto anche del rischio inflattivo. Non sarà facile. Le tavole input-output possono aiutare nello stabilire la priorità dei settori e delle loro filiere da riaprire dopo la chiusura che si è resa necessaria.

          Il rischio inflazionistico sembra sottovalutato negli Stati Uniti. Il Presidente Trump ha annunciato una dilatazione immediata e indiscriminatadella spesa pubblica per 2 trilioni di dollari, prossima al 10% del Pil. Il disavanzo di bilancio salirebbe dal 5% del Pil nel 2919 sino a travalicare il 15% e il debito pubblico monterebbe dal 108 verso il 120% del Pil, se non oltre. La Fed ha tagliato il tasso d’interesse di policy dall’1,25 allo 0,25% e inonda il mercato di liquidità, comprando sul mercato secondario ed eventualmente sottoscrivendo all’emissione titoli di Stato senza limite, come è nei suoi poteri.

          In Europa sono stati opportunamente sospesi i vincoli di bilancio introdotti a partire da Maastricht, sono stati consentiti aiuti ai produttori, il SEBC crea liquidità a tassi d’interesse zero.

          La spesa pubblica in disavanzo e quindi il debito si devono e si possono aumentare, con giudizio, anche perché la base di partenza è relativamente solida, ben più solida di quella americana. Nel 2019 il deficit medio di bilancio dei paesi dell’Euroarea non superava l’1% del Pil, quello francese il 2,5%, quelli di Spagna e Italia l’1,6% (per l’Italia il più basso rapporto da vent’anni), mentre il bilancio di Olanda e Germania era addirittura  in avanzo. Sempre nel 2019 il debito totale dell’area era pari a poco più dell’80% del Pil.

          Vanno prioritariamente potenziati gli ammortizzatori sociali, in specie per i disoccupati, i poveri, chi non era povero ma perde il reddito. Lo Stato può spingersi, entro limiti, sino a garantire i prestiti bancari alle imprese. Sprechi, spese correnti, evasione vanno contenuti, più che mai in questa fase.

          Fondamentale è che vengano predisposti, annunciati e attuati piani pluriennali di validi investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali, a cominciare dalle strutture sanitarie, dalla cura dell’ambiente, dalla messa in sicurezza del territorio. Ciò non solo perché terapie e vaccini contro la pandemia richiedono tempo, ma perché l’investimento pubblico è l’unico strumento di bilancio capace di sostenere tanto la domanda quanto produttività, produzione, offerta. Non essendo inflazionistico, l’investimento è particolarmente apprezzato dai mercati finanziari, che ne hanno lamentato il taglio colpevolmente attuato da quasi tutti i paesi negli ultimi anni.

          In un contesto di pesante recessione e di bassi tassi dell’interesse l’effetto moltiplicativo sulla domanda globale impresso al Pil dagli investimenti pubblici può arrivare a 3: si spende un punto di Pil e il Pil aumenta, in un biennio, del 3%. Si attiverebbero non solo i consumi, ma gli stessi investimenti privati. L’ effetto sulla domanda di un aumento della spesa corrente o di una detassazione di analogo importo non arriverebbe, invece, all’1%. L’effetto sulla produttività è meno agevole da quantificare, ma è anche intuitivamente importante. Se i ponti di Genova e di Leverkusen fossero a posto il trasporto con i camion ne beneficerebbe…

          Va sottolineato che la spesa per investimenti produttivi  moltiplicando reddito e gettito fiscale oltre un biennio si autofinanzia, anzi abbatte il rapporto fra il debito pubblico e il Pil.

          Sul fronte monetario, oltre alla creazione di liquidità attraverso operazioni di mercato aperto, vanno quantomeno temporaneamente sospesi due vincoli statutari che amputerebbero l’azione del SEBC e della BCE nel caso in cui la crisi economica perdurasse e si aggravasse.

          Se uno Stato ovvero l’intera comunità dell’Euro non dovesse riuscire a collocare nel mercato tutti i titoli di nuova emissione la maggiore spesa pubblica non potrebbe effettuarsi, quello Stato fallirebbe, sarebbe la fine e della moneta unica e dell’unità europea. In tali casi limite dev’essere consentito alla BCE e/o alle banche centrali nazionali di sottoscrivere titoli pubblici anche all’emissione e non soltanto di acquistare titoli già emessi con le “operazioni di mercato aperto” a fini di normale governo della quantità di moneta o dei tassi d’interesse.

          Se la recessione facesse precipitare singole banche nella zona grigia fra l’illiquidità e l’insolvenza e se i rischi di contagio si materializzassero verrebbe posta a repentaglio la stabilità dell’intero sistema creditizio. La sfiducia potrebbe sfociare in una fuga dai depositi bancari. Quindi al central banking europeo si dovrebbe permettere di concedere credito di ultima istanza con larghezza e in via diretta anche a intermediari non solo illiquidi ma sull’orlo dell’insolvenza.

          Anche per sventare siffatti scenari di crisi estrema, oltre che per sostenere e rilanciare l’economia, è essenziale che lo shock simmetrico che stiamo vivendo venga contrastato da un’Europa che sia e appaia davvero unita. L’Europa deve dare al sistema produttivo e ai mercati finanziari un fortissimo segnale di coesione e di coordinamento. Le ipotesi sul tappeto – più elastico Meccanismo europeo di stabilità; Corona-bonds; Euro-bonds; “SURE”; BEI; bilancio comunitario – sono nell’interesse economico e politico di tutti gli europei. La scelta, ovvero la combinazione, di tali strumenti deve apparire il meno possibile conflittuale e dev’essere rapida.

          Previsioni econometricamente fondate non sono allo stato possibili. Si possono solo immaginare ordini di grandezza. Il Pil nominale annuo dell’Euroarea era nel 2019 di 12mila miliardi. Qualora – mera ipotesi! – tendesse a cadere del 10%, la domanda globale andrebbe sostenuta con un’immissione di spesa pubblica coperta da debiti per un migliaio di miliardi (8% del Pil 2019), comprensiva di investimenti pubblici dell’ordine di 100/150 miliardi. Metà della cifra totale potrebbe alimentarsi col collocamento di debiti comunitari, l’altra metà con titoli emessi dai singoli paesi. Rispetto al Pil pre-crisi il disavanzo pubblico dell’area salirebbe al 9%, il debito al 90%.

          Il rinnovo e il rimborso su base netta del debito e la sua discesa in rapporto al Pil sarebbero poi in prima istanza affidati alla ripresa dell’economia europea dalla recessione e al suo ritorno su un sentiero di crescita ben più sostenuto di quello (deludente, poco più dell’1% l’anno) sperimentato nel primo ventennio dell’euro.

          I mercati finanziari “capirebbero” che non esiste altra via e che anch’essi crollerebbero qualora questa stessa via non venisse seguita. Se non dovessero capire, non v’è che il central banking

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